Ho già pane, ho vino pure,
ho prole e anche coniuge.
Perché affliggere mio cuore?
Ho sempre qualcosa da sfamarmi.
Ho giardino, addosso alberi piegati
si chinano frusciando sulla mia via
e dentro la dispensa s’avanza negli anni
che è piena di noci, avellane, papaveri.
Ho anche una semplice, buona coltre,
un telefono, un bagaglio per viaggiare.
Ho anche un benefattore di buon cuore
e non devo supplicare alcun favore.
Non c’è più l’ombra opaca di altri istanti,
né l’uomo ebbro di nebbia e di pianti,
se io rivolgo il saluto persino raramente
molte volte nel saluto mi precede già la gente.
Ho la luce elettrica che lumeggia rovente,
ho un portatabacco di puro argento,
i miei penna e lapis solcano con scatto contento,
la vecchia pipa tra le mie labbra spande fumo.
C’è un bagno per refrigerare mio corpo,
e quando passo a Budapest resa triste
del tutto ignoto non mi guarda la gente.
È la tristezza quello che canto
che con lacrime avvolge non solo un volto
e la vecchia Ungheria mi riconosce
come un suo giovine figlio cantatore.
Ma qualche volta mi fermo la notte
tormentando, declinando verso la morte,
così scavo il tesoro nel fondo,
il tesoro, quel vecchio, sul pavimento
come un malato febbricitante che torna a sé
sbrogliandosi dal suo sogno, turbato,
la mia mano cerca frugando:
ahimè, già, una volta che cosa ho agognato?
Perché non c’è il tesoro che ho anelato,
il tesoro per cui fino alle ceneri mi son bruciato.
Sono a casa qui, in questo mondo terrestre
e non sono già a casa nella volta celeste.
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