Gemente, grigio crepuscolo si spande.
Evoco la leggenda del pifferaio di Hamelin
e lo invidio.
Perché anche su questa città s’abbattuta la maledizione.
Nel giardino, per strada pullulano i ratti.
Divorano la vita accumulata nelle dispense.
Ratti – guai, ratti – povertà,
ratti – tristezza, ratti – peccato,
ratti – malattia, ratti – morte,
defecando rendono tutto nero.
Non puoi muoverti da loro.
S’arrampicano sulla testata del letto del dormiente
e gli mordono la bocca.
Gli uomini muoiono o impazziscono.
Ripescherei, farei piangere il mio pifferino,
magicamente, tristemente, bellamente.
Sul grande prato, sin dove arriva la vista,
mi si raccoglierebbe tutt’intorno
la maledizione del mio popolo, miliardi di ratti.
M’avvierei coi passi lenti, suonando sempre il piffero,
da qualche parte, oltre le montagne di vetro.
E la miseria del mondo diventerebbe tutta mia,
si riverserebbe con me squittendo, strillando, gemendo
come un’infinita e puzzolente inondazione.
E dietro le mie spalle, lontano s’isserebbero i vessilli,
accenderebbero dei fuochi rossi nella sera,
e s’echeggerebbe l’entusiasmo della gioia.
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