Sappiamo, tutti sanno, che parlava col Signore
in innumerevoli cantate e nelle passioni, ma c’è anche
la ciaccona dalla seconda partita per violino solo: qui,
solo forse in questo dove, Bach parla della sua vita,
a un tratto, inaspettatamente, ci racconta di se stesso,
irruente butta fuori tristezza e gioia (perché è questo
tutto ciò che abbiamo), disperazione per la perdita
di moglie e figli, pena per il fatto che tutto dev’esserci sottratto
dal tempo, ma anche l’estasi di ore interminabili,
quando nell’aria ammuffita di una tenebrosa chiesa,
solitario come il pilota di un vol de nuit che traghetti la posta
verso lidi stranieri, suonava l’organo e le sue dita
ne percepivano la pneumatica cedevolezza, il fremito
e il tremore, o se udiva l’uniforme possente voce del coro,
come se per sempre si fossero estinte le risse fra umani
– non d’altro, peraltro, sogniamo anche noi,
se non di poter finalmente dire il vero sulla nostra vita,
e non facciamo altro che tentare e ritentare, maladroits et honteux
the rest is not our business, e non faremo altro
che tentare e ritentare – epperò, nondimeno… dove sono,
dove potranno essere mai le nostre cantate – dimmi ti prego,
ti prego dov’è l’autre côté de la vie, the other side of the wind –
dimmi cosa guarisce dal tacere.
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