Oh, io amo la gente di Pest, la gente mesta,
che domeniche pomeriggio, nei vestiti
laceri, percorre le strade della periferia,
ascolta barcollando, gironzolando
come dai caffè tirati a specchio rintrona la voce
e neghittoso fissa gli occhi sulla locandina.
Spesso lo avverto, quasi – quasi è un peccato,
che io viva ritirato, che di voi non mi curi,
tessendo l’intricata trama dei sogni miei.
A quest’ora, di domeniche desolate,
espiando percorro le vostre strade,
nei vicoli contorti del fango invernale.
Poverine, vivono qua, su 'sto marciapiede,
con le scarpe scalcagnate, nel silenzio, sole
e derelitte, nella mescita del caffè immerse.
Le loro figlie affamate, ma tanto amate,
povere consunte, stanche, magre sante,
sotto il lampione a gas, stanno ferme cupamente.
Chi ha visto, cosa si cela all’ombra delle stanze?
Chi ha sbirciato, se nei loro letti v'è un cuscino?
Chi ha mai capito, com’è la gente mesta di Pest?
Ho visto il lavoratore e m'incitava alla ribellione,
il suo viso pallido, mentre accendeva un sigaro scadente,
ho veduto il cuore della terra sanguinante.
Ovunque io vada, è qui che farei ritorno,
ovunque io voli, povero sventurato popolo,
la mia bocca urlerebbe solo la tua sofferenza,
perché la tua strada è con la tristezza è lastricata,
gli occhi tuoi sono ruscelli dell'eterna tristezza,
Ohimè, 'sta terra, 'sta terra mesta è la mia Patria.
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