Le Danaidi


Giù nell’aldilà silente, nel mesto aldilà asfissiante,
tra gli asfodeli,
dove asfodelo non si muove, l’albero del dolore non
scuote le sue fronde,
non cadono i petali dei fiori di papavero, perché là
il vento dorme profondamente,
dorme profondamente sul suo letto di asfodelo, non parla,
dove i laghi si stendono come specchi d’acciaio, ciglia
assopiscono
facilmente, s’addormentano, perché il vento, che ventila
le ciglia, colui, che increspa
le acque, di là non è mai passato;
nelle anfore enormi, anfore d’alabastro, cinquanta donne,
cinquanta peccatrici,
attingendo col vaso snello, attingendo, poi svuotando
meste, dannate
donne versano l’acqua eternamente,
cinquanta meste donne dannate invano versano il liquido
prezioso
nelle enormi anfore d’alabastro, l’acqua attinta dal Lete
preziosa,
non è mai sufficiente.
Enormi, snelli alberi di dolore non scuotono mai i loro
rami: - ogni
ramo è un’anima, mesta antica anima suicida, che or
senziente vegeta
sull’albero muto, eppure stende inconsciamente la fronda
immobile,
immobile e cupamente, attraverso il prato,
attraverso il prato, dove il Lete (perché il prato è di Lete)
con l’acqua lercia
dai cento peccati in esso lavati, con l’acqua lercia dai
atavici peccati dimenticati,
scorrendo in tondo non svanisce,
non svanisce, non giunge al mare, ma gira sette volte in
tondo e torna
in sé stesso: dove cinquanta donne dannandosi invano,
in cinquanta enormi anfore,
riversano le lacrime e l’acqua invano,
a volte attingendo, a volte svuotando, invano, perché
i cinquanta recipienti stregati
sono incolmabili, son come la bassa marea che decresce,
si ritira
e le cinquanta peccatrici l’acqua di Lete nelle anfore
d’alabastro in eterno
invano versano.
Cinquanta donne dal corpo d’alabastro, coi capelli
corvini, senzienti, eppure
inconsce versano e senza sosta intonano un canto per
metà compreso,
cinquanta meste donne dannate, che dal mondo dei vivi
con sé portata
nelle loro anime ritornante e per metà compresa paura
con voce soffocante cantano:
“Abbiamo ucciso i nostri mariti, cinquanta grandi uomini
valorosi e amavamo,
Dio solo sa chi amavamo, dalla brocca del desiderio
abbiamo attinto, attinto, svuotato, lassù nel mondo verde,
sotto il sole dorato –
“Parole perdute ritornano nelle nostre anime buie, come
luci cadenti della strada
nell’oscurità delle grandi stanze; cosa significano? invano
proviamo a ricordarlo;
cosa significa: amare? cosa: desiderare? e abbracciare?
nell’oscurità invano interroghiamo le ombre.
Cantiam’ pure: Li abbiamo uccisi – e ricordiam’: i nostri
mariti, cantiam’, sebbene non capiamo, e attingiamo,
e svuotiamo;
tanto non siamo in grado di smettere, e cantiam’, sebbene
non capiamo,
perché altrimenti v’è mutismo, e il mutismo fa tanta
paura! è muta la tenebra infinita:
la tenebra non parla”.
Così cantavano le cinquanta donne, cinquanta meste
donne dannate,
dai capelli corvini così simili l’una all’altra, cinquanta
sorelle dal corpo d’alabastro,
così cantavano sul prato di Lete, tra gli alberi delle
anime, fior di papaveri, tra enormi anfore, vicino a Lete,
dove
il vento nell’aldilà silenzioso, dorme sul letto di asfodelo
nel mesto aldilà asfissiante, dorme profondamente,
non parla.


作者
蒙卡奇・巴比茨

译者
Cikos Ibolja

来源

https://www.babelmatrix.org/works/hu/Babits_Mih%C3%A1ly-1883/A_Danaid%C3%A1k/it/72931-Le_Danaidi


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