Ohi, triste sponda del mio paese natio,
ti giunge ancor la mestizia e il sospiro?
Perché da te non mi porta più il treno,
il mio viso verso di te solo così elevo.
La mia infanzia, mia infanzia benedetta,
le mie parole a te rivolgo, tu senzapatria.
Culle, feretri, cimiteri pieni di polvere,
porpora serale sulla sommità delle chiese.
Piccola scuola nostra, in cui il campanello
suonava così dolcemente, come il liuto.
Fronde, fiori, sassi colorati lungo la ferrovia,
la superficie del lago di Palić increspata.
Luna, ballo estivo, razzo, cielo voluttuoso,
ragazze, come pioppi ondeggianti nel vento.
La ricchezza dei miei vent’anni nel cuore,
il desiderio: un soave, dolce miele mortale.
Congiungo le mie mani sopra la testa,
il mio pensiero da vecchiotto, da te vola.
Sono un ungherese, un poveraccio stanco,
senza alcun desiderio, di anni trentaquattro.
E non mi chiedo se il cielo brilla ancora,
E neppure mi chiedo se io esisto tuttora?
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