I
A tre ore dall’alba, ancora stenta il sole a farsi varco
tra i pini di Aleppo, estatici guardiani del silenzio.
Efeso è qui come una spora rosa lasciata sul pendio
da venti etèsi, scompaginata nello sciatto volo.
Efeso è qui vedova della spume, un’esule di mare nelle spire
limose del piccolo Meandro, qui confitta e arenata
mèndica il ventre antico di sponda estrema che accolse
Egeo nel disperato salto. Efeso è qui, memore di tramonti
convertiti nel bagliore di aurore occidentali,
quando dal porto le donne ionie vedevano salpare
intemerati i remieri di Focea e spargevano in acqua
le corone intrecciate con le foglie di vite e i gelsomini.
II
Per questa terra abrasa i nostri occhi di cane
rovistano i gomitoli del tempo, tutte le età rapprese
nelle vene delle colonne morse, lungo il petalo bruno
d’una cavèa sonora, tra i nomi consumati sulla pallida
stele abbandonata all’abbraccio di oliastri. Battiamo
i piedi dove rovescia il furore dei Cimmeri, dove
la Grande Madre versa seme di toro e lacrime dell’ape,
dove sgorga il discorso di Eraclito, un rivolo di fuoco
e di lapilli che scavalca i millenni e con le spine
e gli ossi del frammento ancora frusta di misteri la mente,
battiamo i piedi dove ripara Antonio a regalare
l’ultimo sorriso ai satiri e alle menadi.
III
Né il crocidio del corvo infrange il cielo né un pendolo
suadente di cicale. La via che sale e la via che scende
sono una sola e la stessa. Come fiori di marmo
dalle mille stagioni ininterrotte, ali di testimoni
corteggiavano la strada dei Cureti e il passo che la solca,
vita e morte confuse nella formula immobile del tempo.
Allora,
queste nostre ombre sottili sono anche l’ombra di coloro
che spesero il destino per i secoli d’Efeso la Grande e nella luce
ora sorgono e sono. Al fondo del cammino, alte le fiamme
della devozione, brucia per sempre la biblioteca di Celso
e nel rogo lo scheletro solenne della pietra apre un mirario
che racconta agli dèi la storia d’una dedica filiale,
avventura interdetta agli immortali, onore degli umani.
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